Dov'è la ripresa?

Di Fedele De Novellis - Partner di Ref Ricerche

 

È questa la domanda che con maggiore frequenza viene oggi posto agli esperti di analisi congiunturale. A una risposta affermativa, la reazione dell’interlocutore è solitamente perplessa, con espressioni che oscillano fra scetticismo e incredulità.

Può darsi che ciò dipenda dalle delusioni degli ultimi anni. Più volte l’economia italiana ha vissuto false ripartenze senza che a queste seguisse una svolta nelle tendenze dell’economia.

Può anche darsi che conti il fatto che la ripresa in corso si contraddistingue per ritmi di crescita oggettivamente bassi.

Vi è però una caratteristica del ciclo attuale che contribuisce ad ampliare questo fenomeno, ovvero il fatto che la ripresa è molto concentrata dal punto di vista della domanda.

Innanzitutto, si tratta di una ripresa legata all’export, e questo evidentemente non può che favorire in maniera asimmetrica gli esportatori rispetto a chi produce per lo più per soddisfare il mercato domestico.

In secondo luogo, la crescita dei consumi degli ultimi anni non è stata eccezionale e, per lo più molto concentrata su alcune voci, in particolare gli acquisti di autovetture.

Mettendo insieme le due informazioni, si coglie come il recupero abbia interessato di fatto poche filiere, l’auto e i settori più aperti all’export, con pochi riscontri su altri comparti. Segnali di miglioramento sembrano comunque interessare i macchinari, anche per effetto degli incentivi di industria 4.0, e qualche primo recupero si intravede per l’edilizia.

Gli altri settori, fra cui ad esempio tutto il largo consumo, di ripresa in realtà ne hanno vista ben poca, e questo spiega evidentemente perché le imprese di questi comparti guardino con scetticismo alle prospettive dei prossimi anni.

Naturalmente, che ci siano delle asimmetrie nelle performance settoriali nel corso del ciclo è un fatto abbastanza usuale. È cioè normale che il quadro macroeconomico condizioni ciascun settore in maniera diversa.

Ad esempio, una dinamicità della domanda di auto piuttosto accentuata si verifica sempre nelle fasi di ripresa, perché le famiglie hanno bisogno di ricostituire il parco auto divenuto obsoleto a seguito dei mancati rinnovi degli anni precedenti. Allo stesso modo, non sorprendono le oscillazioni dell’export in funzione del ciclo della domanda internazionale.

Il punto, però, sta nel fatto che normalmente, dopo un impulso ciclico iniziale che proviene da qualche specifica componente della domanda, la ripresa dovrebbe tendere a diffondersi a tutti i settori. I canali sono quelli legati agli effetti indotti di domanda, per cui le imprese che beneficiano dell’impulso iniziale fanno poi da traino al resto del sistema distribuendo redditi da lavoro che generano maggiori consumi o aumentando i propri investimenti. È in sostanza l’idea del moltiplicatore, per cui un aumento della domanda iniziale tende a propagarsi all’intero sistema economico.

Ecco allora che forse la debolezza della ripresa italiana può essere ricondotta anche al fatto che gli impulsi iniziali stentano a diffondersi a tutti i comparti. In altri termini, i moltiplicatori potrebbero essere oggi depotenziati.

Due sono gli snodi critici che ostacolano la diffusione degli impulsi di domanda all’intera economia nella fase attuale.

Il primo è legato al credito. Aumenti di domanda possono portare le imprese che ne beneficiano a migliorare la propria posizione verso le banche piuttosto che avviare nuovi investimenti. La trasmissione al sistema economico della crescita di queste imprese ne risulta quindi ridotta.

Il secondo è un canale fiscale. Se il recupero della congiuntura comporta una maggiore sollecitazione da parte delle autorità europee al miglioramento dei conti pubblici, finisce che l’inizio della ripresa risulta contrastato dalle scelte di consolidamento fiscale. Un esempio evidente è quello relativo al 2018, anno per il quale il Governo ha annunciato obiettivi ambiziosi sul deficit associati a misure di inasprimento fiscale via aumento delle aliquote Iva. L’intenzione dichiarata è in realtà quella di ridurre l’intervento rispetto agli obiettivi annunciati inizialmente, ma è abbastanza chiaro che i margini della trattativa con le autorità europee tendono tanto più a ridursi quanto più sostenuta risulta la crescita dell’economia. Il risultato è che le imprese di quei settori che sinora la ripresa non l’hanno ancora vista, come per molte aziende del largo consumo, potrebbero ritrovarsi anche a subire i rincari della fiscalità, perdendo completamente i benefici di un recupero congiunturale confinato a pochi segmenti dell’economia.

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