Il 27 settembre 2026 segnerà uno spartiacque per il mercato europeo del largo consumo. Con l’entrata in vigore della Direttiva Empowering Consumers for the Green Transition (ECGT), la comunicazione ambientale passerà da un regime di parziale autoregolamentazione a un quadro normativo rigoroso, trasformando radicalmente il modo in cui i brand dialogano con i consumatori. Il webinar di Centromarca, tenutosi il 21 aprile 2026, ha tracciato il perimetro di questa sfida, mettendo a nudo le zone d’ombra che ancora preoccupano le imprese di Marca del largo consumo.
La nuova normativa, recepita dall’ordinamento italiano senza peculiari differenziazioni, punta a sradicare le azioni di greenwashing. Aggettivi come «ecologico», «verde» o «amico della natura» scompariranno dalle etichette, a meno di non essere supportati da eccellenze documentate o dati scientifici inoppugnabili. La parola d’ordine è precisione: ogni impatto ambientale dovrà essere espresso in termini chiari, visibili e verificabili, per evitare il rischio di incorrere in sanzioni.
Il cammino verso l’applicazione della direttiva si sta rivelando estremamente frammentato a livello comunitario. La Commissione Europea ha infatti avviato una procedura di infrazione contro ben 20 Stati membri che non hanno recepito il testo legislativo nei tempi previsti. Questo ritardo generalizzato rischia di compromettere l’uniformità del mercato unico proprio a ridosso della scadenza autunnale.
Per ovviare a tale stallo, nelle prossime settimane si intensificheranno le interlocuzioni a livello europeo per definire un sistema armonizzato di controlli da parte delle autorità antitrust. Questo coordinamento è fondamentale per garantire un’applicazione equa della norma, che tenga conto dell’interesse dell’industria di marca e non penalizzi le aziende che operano su scala transnazionale.
L’aspetto più critico ed economico riguarda la gestione delle cosiddette old stocks. Ad oggi, la Direzione Generale per la Giustizia e i Consumatori (DG JUST) della Commissione Europea non ha previsto una “clausola di salvaguardia” nel testo ufficiale. Si profila così un corto circuito operativo: prodotti fabbricati e distribuiti legalmente prima del 27 settembre 2026 potrebbero risultare non conformi dal giorno successivo.
Senza un intervento correttivo, le aziende si troverebbero davanti a uno scenario insostenibile: richiami massivi di merce, operazioni di stickering a tappeto o la distruzione di stock perfettamente integri. Su questo fronte, alcuni Paesi rimasti indietro con il recepimento — come Austria, Belgio e Repubblica Ceca — si stanno muovendo con spiccato pragmatismo, introducendo un periodo transitorio per lo smaltimento delle scorte già in commercio.
Si tratta di un approccio di buon senso che la direttiva non esplicita (se non indirettamente fissando l’entrata in vigore al 27 settembre). La logica industriale vorrebbe che tutti i prodotti con lotto di produzione antecedente al 26 settembre non subissero un’applicazione retroattiva della direttiva. Una simile misura garantirebbe la continuità dell’attività di impresa e un allineamento efficace alle nuove regole, evitando sprechi di prodotti e inutili perdite economiche. L’auspicio è che questo minimo accorgimento venga seguito come esempio virtuoso anche dai Paesi, come l’Italia, che si sono distinti per un tempestivo recepimento.
Tuttavia, l’estrema rigidità della norma e l’incertezza sui controlli stanno alimentando un fenomeno opposto e altrettanto pericoloso: il greenhushing. Per il timore di incorrere in sanzioni o subire danni d’immagine anche a causa di semplici tecnicismi, molte aziende potrebbero scegliere di tacere del tutto i propri reali progressi di sostenibilità. Questo silenzio preventivo rischia di penalizzare gli investimenti virtuosi e di privare il consumatore di informazioni utili.
In questo contesto, la trasparenza cessa di essere un obbligo per diventare una leva strategica. Gestire con proattività la transizione e la comunicazione sulle giacenze è l’occasione per consolidare quel patto di fiducia con il consumatore che impone, mai come oggi, coerenza tra racconto e realtà.