L'Opinione

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Ivo Ferrario, 19/10/2020

A proposito di climate change e sostenibilità


In Italia le emissioni di anidride carbonica (+0,8%) crescono a una velocità superiore a quella del pil (-0,1%). Storicamente i valori sono incrementati in proporzione diretta. Oggi produciamo più gas serra che ricchezza, almeno secondo i dati registrati ad agosto 2019 da Ispra, l’Istituto tecnico scientifico del ministero dell’Ambiente.

Se allarghiamo lo sguardo al mondo non troviamo un quadro migliore. La lotta all’abbattimento delle emissioni si è rivelata un sostanziale fallimento. I governi si pongono obiettivi ambiziosi: la riduzione del 50% entro il 2040, addirittura la neutralità nel 2050, ma i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera continuano a crescere. La conseguenza sarà l’ulteriore riscaldamento del pianeta.

Secondo le rilevazioni dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, nell’ultimo decennio abbiamo visto una serie record di tempeste, incendi boschivi, siccità, inondazioni in tutto il mondo per effetto dell’incremento di un grado centigrado di riscaldamento globale. E l’opinione pubblica si chiede se le dichiarazioni dei governi siano più di manifestazioni di buona volontà che obiettivi perseguiti con determinazione. Non a caso la sedicenne svedese Greta Thunberg, sostenuta da un imponente battage mediatico, ha portato milioni di giovani a protestare proprio contro l’inerzia dei governi.

Nel 2018 le emissioni di anidride carbonica hanno raggiunto il loro picco storico. Soprattutto negli Stati Uniti, in India e in Cina. La “fabbrica del mondo”, dove per effetto delle delocalizzazioni si concentrano produzioni di tutte le nazioni, è oggi il primo produttore mondiale di CO2. Va però rilevato – lo fa Chicco Testa, presidente di Sorgenia, sul quotidiano Il Foglio – che la generazione pro capite di anidride carbonica della Cina oggi è ancora largamente inferiore rispetto a quella degli Usa. «Se poi si guarda non alla produzione annuale, ma allo stock di CO2 accumulato in atmosfera, la distanza di Cina e India dal mondo industrializzato è ancora più rilevante».

Dal 1990 ad oggi è stata immessa nell’atmosfera del pianeta una quantità di gas serra pari a quella totale immessa in tutte le epoche precedenti. Secondo il settimanale inglese  The Economist, nel 1900 le emissioni di anidride carbonica derivanti dall’utilizzo di energie fossili (allora in gran parte carbone) erano pari 2 miliardi di tonnellate. Nel 1950 risultavano triplicate e nel 2018 sono diventate 20 volte superiori. Nel 1965 il livello nell’aria era di 320 parti per milione (ppm): senza precedenti, ma solo 40 ppm sopra il livello registrato cento anni prima. Oggi il valore tocca le 408 ppm e cresce al ritmo di 2 ppm l’anno. Miliardi di tonnellate di combustibili fossili sono bruciate per riscaldare edifici, generare energia elettrica, trasportare merci e persone. Per produrre beni e servizi che sono entrati stabilmente a far parte della vita delle persone, migliorandola rispetto al passato. È senza dubbio un benessere ricco di contraddizioni quello del modello occidentale: mentre si protesta nelle piazze contro il surriscaldamento del pianeta le richieste di energia, soprattutto nei paesi in fase di rapido sviluppo, sono in costante crescita.

Abbattere le emissioni è una priorità. Ma come fare? Alla base di una strategia efficace gli esperti mettono innanzitutto l’innovazione tecnologica, unita a scelte mirate e ad analisi dell’efficacia delle azioni intraprese. Scientificità, dunque, contrapposta alla confusione e alla disinvoltura con cui quotidianamente si inventano tassazioni, rimedi miracolosi, divieti che (forse) portano consenso politico sul breve periodo, ma non contribuiscono alla soluzione del problema. Al di là di quello che possono pensare Greta Thunberg e i milioni di giovani che nei mesi scorsi hanno – giustamente – manifestato nelle piazze, la decarbonizzazione dell’economia non si affronta schiacciando il tasto “stop”, fermando il capitalismo, perché è (anche) nella sua capacità di evolvere e investire in ricerca che possono essere trovate le risposte di cui abbiamo bisogno. Servono investimenti mirati pubblici e privati. Per esempio nel potenziamento del trasporto elettrico pubblico, in misura tale da migrare milioni di persone dalle automobili a treni, metropolitane e tram. Investe le politiche energetiche, quindi la valorizzazione delle energie rinnovabili, ma anche una riflessione seria sul nucleare, probabilmente decisivo per scongiurare i catastrofici effetti che il climate change avrà sul pianeta descritti da scienziati, media e ambientalisti.

«Il tempo stringe, stiamo raggiungendo il punto di non ritorno», afferma Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europoea. «Dobbiamo sforzarci di cambiare atteggiamento, di far pagare un prezzo maggiore per le emissioni di CO2. Dobbiamo investire in ricerca e sviluppo ed energie verdi». Si punta a un Europa a impatto climatico zero entro il 2050. La presidente pensa a un “green deal” che prevede tra gli interventi la trasformazione di parte della Banca europea degli investimenti in una Banca europea del clima, Ciò consentirebbe, stando alle anticipazioni, di promuovere impieghi ambientali per mille miliardi di euro in 10 anni, coinvolgendo anche i privati. E una revisione degli obiettivi di riduzione delle emissioni. Entro il 2030 dovrebbero essere contenute del 50% contro il 40% attualmente previsto. È un obiettivo ambizioso, senza dubbio, ma bisogna considerare che l’Europa è una delle poche realtà che sono riuscite a conciliare crescita del prodotto interno lordo e riduzione delle emissioni. L’obiettivo complessivo (-20% rispetto al 1990) è stato raggiunto nel 2016 con un abbattimento del 22%. Nel 2017 sono tornate a crescere, ma le proiezioni dell’European Environmental Agency dicono che il target per il 2020 sarà centrato. Il maggior contributo alla decarbonizzazione è riconducibile ai settori elettrico, residenziale e gestione rifiuti. Le emissioni dovute ai trasporti, invece, dopo una flessione negli anni di crisi economica sono di nuovo tornate a crescere.

Ora si tratta di guardare avanti e di porre le giuste priorità nel bilancio pluriennale dell’Unione, così da mettere gli Stati membri e le imprese nelle condizioni di disporre delle risorse indispensabili per rivedere su vasta scala processi produttivi, logistica ecc. E di attivare gli investitori. Mariana Mazzucato, professore di economia dell’innovazione del valore all’università di Londra, conferma che la sfida ambientale si gioca sulle capacità che avranno l’Europa e gli stati membri di favorire e dare organicità a investimenti diretti pubblici e privati. «Quando si tratta di andare in guerra non si possono lesinare risorse pubbliche», sottolinea. «I sussidi non bastano: bisogna pensare al surriscaldamento del pianeta come a una guerra da vincere. È molto importante, perché il modo con cui attualmente affrontiamo l’emergenza climatica tende ad essere limitato alle politiche settoriali, invece di puntare a soluzioni intersettoriali, alla creazione di un mercato trasversale». La sfida del clima non si vince solo con lo sviluppo delle energie rinnovabili, ma guardando a tutto il sistema economico: a come produciamo, distribuiamo e consumiamo.

È una valutazione in sintonia con i contenuti dell’edizione 2019 del Bloomberg energy outlook, che invitando le imprese a intensificare l’uso di fonti rinnovabili, il riciclo dei materiali, il risparmio di materie prime e in generale attuare interventi per migliorare la sostenibilità dell’attività economica, di fatto, indica agli investitori le opportunità che possono presentarsi nell’area della lotta al cambiamento climatico. «A livello mondiale c’è un eccesso di risparmio e un deficit di investimenti», rileva Enrico Giovannini, già ministro del Lavoro e presidente Istat, oggi portavoce di Asvis, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. «Abbiamo bisogno di stimolare investimenti pubblici e privati. Le aziende più dinamiche e innovative hanno capito che questa opportunità è lo sviluppo sostenibile». Chi lo ha fatto, secondo l’ultimo rapporto Istat, ha una produttività più alta delle altre. Varia dal 15% per le grandissime aziende, al 10% delle grandi, al 5% delle medie. Nella partita non entrano ancora, purtroppo, le piccole imprese, che in Italia costituiscono il nocciolo duro della struttura produttiva.

Ivo Ferrario è Direttore Comunicazione e Relazioni Esterne Centromarca

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