L'Opinione

Centromarca - associazione italiana dell'industria di marca

Serena Sileoni, 24/11/2016

Regole e commercio: quando l’Istituzione condiziona i consumi


Dal Vice Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni riceviamo e volentieri pubblichiamo.«Siamo franchi: quando passeggiamo per le nostre città, preferiamo vedere le vetrine di una norcineria tradizionale anziché quelle di un minimarket pakistano. Forse ci saranno qualche eccentrico o qualche ossessionato dal politically correct che pensano il contrario, ma poche cose metterebbero d’accordo gli italiani (e anche i turisti stranieri) sulla bellezza della nostra offerta commerciale, specialmente enogastronomica, rispetto a prodotti e negozi senza identità.
Le nostre preferenze, però, non si trasformano in obblighi e divieti. Per la fortuna degli altri. A meno che da giudizi di valore non diventino, per la sfortuna di tutti, verità di legge. 
L’iniziativa del sindaco di Firenze di vietare a inizio anno negozi anonimi o lontani dalla tradizione fiorentina nel perimetro del centro storico, come phone center, money change, fast food, minimarket e altri esercizi non «tipici», non è isolata. Presto imitata dal sindaco di Padova, porta la stessa impronta pericolosamente paternalistica di altre iniziative già presenti sul territorio, come il testo unico sul commercio lombardo che consente ai comuni di limitare nei centri storici e nelle zone limitrofe attività che non siano tradizionali, o il regolamento comunale di Sorrento che conferisce la denominazione di esercizi di ristorazione a quelli che diano un offerta enogastronomica tipica del territorio.
In un mondo in cui l’offerta commerciale, grazie a un commercio elettronico sempre più istantaneo e sconfinato, supera la fantasia della domanda, pensare di influenzare le preferenze delle persone con blocchi ai centri storici è tre volte criticabile.
E’ criticabile perché è illiberale che il dispiacere per la concorrenza esercitata dal minimarket asiatico sulla bottega storica diventi un comando imperativo; è criticabile perché è poco efficace, ora che gli acquisti on line vengono evasi anche nel giro di qualche mezz’ora, si tratti di una pizza o di una camicia bianca. E soprattutto è criticabile perché è del tutto arbitrario decidere cosa è tipico e locale e cosa no.
Secondo quali criteri un’attività è tipica? L’utilizzo di affettatrici elettriche viola le tecniche tradizionali di somministrazione degli insaccati? Quanto è esotica una cassata in Veneto? Se si vietasse la vendita di un kebab, si dovrebbe vietare anche la vendita di una quiche lorraine al panettiere di fiducia?
Queste sono solo alcune delle considerazioni più banali che vengono in mente a leggere di certe iniziative. Altre, più delicate, riguardano il destino di questi esercizi commerciali, costretti, per salvaguardare il decoro dei centri storici, a «rovinare» quello degli altri quartieri, aggiungendo sale alle ferite del degrado di quelli periferici. 
Il Paese ha bisogno di un commercio – grande, medio, piccolo, ambulante, del contadino – che risponda alle stesse regole in tutte le regioni in fatto di tutela della sicurezza e della salute del cittadino. E governato da una legge fondamentale: è il consumatore che liberamente decide e con le sue scelte determina il futuro delle imprese».
L’Istituto Bruno Leoni è nato nel 2003 per promuovere le “idee per il libero mercato”. L’IBL vuole dare il suo contributo alla cultura politica italiana, affinché siano meglio compresi il ruolo della libertà e dell’iniziativa privata, fondamentali per una società davvero prospera e aperta. Prende a modello i think tank anglosassoni: centri di ricerca non profit, indipendenti dai partiti politici, con lo scopo di offrire un contributo al dibattito pubblico.

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